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Marco Buticchi, uno scrittore che divertendosi ha imparato a vivere



Prima di recensire “La voce del destino” di Marco Buticchi ho cercato naturalmente di documentarmi sul suo autore . Non è stato semplicissimo. La prima fonte che mi sento di citare è la sua biografia pubblicata sul sito http://www.marcobuticchi.it/ 

Ho cercato quindi di soddisfare una lecita curiosità . Che cosa ha fatto Mauro Spagnol per Marco Buticchi ? Ve lo spiego grazie alle stesse parole d i Marco:

Scrissi il primo libro obbedendo a un desiderio imperioso: volevo che mi stravolgesse la vita. Lo portai a un editore di Sarzana. Aspettai circa sette mesi prima che mi chiamasse. Quando andai da lui. mi parlò ex cathedra, da una scrivania rialzata e mi rivolse un indice ammonitore. Mi disse:Buticchi, faccia di tutto nella sua vita, corra in moto, vada a donne, venda gelati ma non scriva. Ho la testa dura. Portai quel libro in una stamperia e lo feci pubblicare in mille copie che andavo a consegnare alle librerie di persona. Le vendetti tutte. Poi incontrai Mario Spagnol. Fu il mio colpo di fortuna, il mio personalissimo fattore C. Devo a lui la pubblicazione del mio primo libro, Le pietre della luna (1997). Quando mi telefonò con la sua proverbiale erre moscia, pensavo mi volesse replicare la scena del primo editore oppure temevo mi chiedesse di stravolgerne la trama. Nulla di ciò. Mi disse che il libro funzionava e che sarebbe stato pubblicato nella collana con lo squalo. La Longanesi».

Che cosa ho ancora scoperto d’importante intorno a quest’autore? Qualcosa sulla sua vita universitaria. Per esempio che si allontanò da Firenze per scegliere di terminare gli studi all’Università di Bologna :

“…mi iscrissi a Bologna dopo aver dato i primi esami a Firenze. Bologna era una città meravigliosa, divertente, solare, aperta. Furono sufficienti pochi giorni per creare una rete di amici che è ancora solida oggi a distanza di decenni” .

A proposito di quegli anni ripeterà spesso di fronte alle luci della ribalta ed anche nello stretto della mura familiari “godetevi la vita universitaria sino all’ultima stilla: ci sono buone probabilità che si tratti del momento più spensierato della vostra vita”.

Quella del divertimento credo sia una buona chiave di volta per comprendere l’autore Marco Buticchi e forse anche l’uomo Marco Buticchi . Uscito dall’Università Marco non si fece mai sfiorare dall’idea di aprire uno studio professionale. Approdò invece in una multinazionale petrolifera e iniziò a commerciare in petrolio in ogni angolo del pianeta. Probabilmente il mondo dei viaggi lo attraeva , quasi una fascinazione profetica , visto che i suoi romanzi hanno proprio questa caratteristica di svolgersi in luoghi distanti tra loro in senso geofisico . Luoghi che si fanno topos letterari anche perché immaginati e raccontati in ere storiche distanti anni luce e in dinamiche socioculturali diversificate dalla credenze religiose e dai costumi privati . Fu in quegli anni quando il giovane Marco scendeva e saliva ogni giorno dagli aerei , probabilmente senza poter visitare niente di quelle terre su cui approdava , quando tornava stressato e solo nelle camere d’albergo che sperimentò il potere salvifico della scrittura e dell’immaginazione e si temprò con le armi del mestiere. Intanto per Marco si apriva una nuova stagione della vita in cui lasciare da parte i voli transcontinentali e scegliere una terra ferma in cui costruire il proprio nido . Marco quindi torna a Lerici , si crea una famiglia e insieme alla moglie inizia a gestire uno stabilimento balneare . Nel 1991 finalmente esce auto pubblicato “Il cuore del profeta e poi a breve distanza di tempo la seconda sua fatica letteraria “Un ordine irreversibile”. Ho usato l’avverbio finalmente perché credo che il panorama editoriale italiano avesse necessità di un autore così, semplice e immaginifico ad un tempo. Un autore che mostra di credere nella letteratura d’evasione, che alla domanda come mai in Italia si legge poco risponde in maniera chira e forte :

Perché – e parlo da lettore – la presunzione di molti scrittori del dopoguerra li ha portati alla convinzione di essere dei Verga o dei Pirandello con la diretta conseguenza che il loro “verismo” familiare fosse capace di interessare il mondo. Nel contempo ci vergognavamo di chi scriveva per far sognare o per intrattenere, arrivando a chiamare Emilio Salgari, Emile Salgarì alla francese…”

Di quest’autore mi piace anche ricordare :

La sua partecipazione in qualità di tutor al premio “Goliardia Sapienza” Sarebbe come dire ,anche chi si diverte sa essere impegnato

E, cosa non secondaria sotto il profilo pubblico, la nomina nel 2008 a Commendatore “per aver contribuito alla diffusione della letteratura italiana all’estero”



Pubblicato il 24/11/2013 alle 16.58 nella rubrica come le ciliegie .

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